Corte delle Dolomiti, il sogno di Enrico Mattei tra ospitalità e design

Castiglioni, Hoffmann, Magistretti oltre alle prestigiose firme di Carlo Scarpa e Edoardo Gellner, nomi dell’eccellenza estetica senza tempo, vivono tutti in un progetto dietro lo sviluppo di un luogo tra le Dolomiti, con la visionaria regia della committenza: quella di Enrico Mattei.
Si potrebbe introdurre così l’ex-villaggio vacanze ENI, voluto dal fondatore del Gruppo che, tra gli anni 50-60, pensava alla vacanza non solo gratuita dei propri dipendenti, ma soprattutto sicura, confortevole (studiata per questo nei minimi dettagli come nel concept generale). Per il loro bene e, dunque, per quello del colosso petrolchimico.
Un modello aziendale certo, ma che disegnò i contorni di un’intuizione, in un’epoca con valori da seguire. Prese forma così, con un tocco di modernismo, una felice “sperimentazione sociale” dall’estetica raffinata, grazie all’acuta scelta di un design evergreen. Un esempio, anche per realtà produttive del mondo dell’epoca, come raccontano le cronache.
Il risultato è quello che appare ancora a Borca di Cadore, nel bellunese: un bene monumentale in fase di rigenerazione e con uno stile paradossalmente vicino al retrò-chic, ora riscoperto.
L’avanguardia di allora sembra infatti pronta a sfidare l’idea di esclusività più autentica di oggi, in un complesso che rivela ancora un forte potenziale architettonico, chiamato Corte delle Dolomiti.

Il progetto di Mattei
Nel progetto iniziale si contemplavano spazi diversi, su una superficie di oltre 100 mila metri quadrati e per circa sei mila villeggianti.
Dalla matita di Edoardo Gellner (seppur egli ufficialmente non figuri mai come progettista, ne fu l’artefice) nacque così un hotel, un’area camping perfettamente attrezzata, 280 villette monofamiliari esposte a Sud e inserite nel bosco (piantumato 60 anni fa, un’opera d’ingegneria naturalistica voluta dallo stesso Gellner per rinforzare anche i pendii).
E poi un’imponente colonia pensata nei dettagli e con interni colorati, rampe a discesa al posto delle scale per lo svago sicuro di 800 bambini in vacanza, oltre ad una chiesa avveniristica firmata dall’archistar Carlo Scarpa, con tanto di area antistante per l’alzabandiera mattutina.
Un gioco di equilibri a 360 gradi, tra interni ed esterni, fondendo nel rispetto delle pendenze del territorio, dei colori e dei materiali locali quel forte connubio tra uomo e ambiente circostante.
Nel nome di un (antesignano) welfare aziendale, lontani dalla città, c’era voglia di costruire un circuito virtuoso di relazioni in vacanza come in azienda, proprio come tra contesto e architettura.
Esistenti, ancora forti, ancora potenti, questi elementi trasmettono ora una visione vincente agli ospiti di un certo “calibro”.
Ed è per loro che Corte delle Dolomiti scrive un nuovo capitolo sull’ex villaggio ENI.

L’offerta
Tutto è ri-partito dall’Hotel Boite (dal nome del fiume vicino) nello stesso albergo ristrutturato del progetto di allora e nel solo rispetto del suo disegno originale.
Le aree qui si completano con pezzi originali e altri coerenti dell’epoca, tra camere e spazi comuni, come anche nel Ristorante 942 (come l’altitudine dell’hotel) dove si trovano arredi ripristinati su quelli originali ed un impianto che segue i canoni di convivialità di quegli anni.
Si aggiunge anche Corte SPA, pensato secondo le esigenze del wellness contemporaneo, ma quasi in risposta a quel concetto di democrazia del benessere, in chiave paternalista post-industriale.
Qui non mancano piscine attrezzate e panoramiche, con solarium esterno e vista sul Monte Pelmo, una bio-sauna, un bagno turco e alcuni rituali (Augfuss compreso) in sauna finlandese.
Mountain Lab, format dedicato all’interazione con la natura del luogo, è il lato “active” e polifunzionale dell’offerta per gli ospiti, pensato per tutte le età, per tutto l’anno, per tutti quelli che colgono ancora le potenzialità e i benefici di un rapporto salutare con il territorio montano, sempre nel suo pieno rispetto e ascolto.
La sfida
Denso del suo spirito iniziale, forte e provocatorio nello sfidare le convenzioni del presente, l’Hotel Boite va oltre i classici standard e propone un servizio giovane e attento verso l’ospite che sa dare valore (non solo nostalgicamente) all’identità di un’eccellenza.
A chi non coglie la visione di tempo in cui è nato tutto questo, non diremo quindi che le camere – democraticamente uguali, come nell’ideale assetto aziendale di Mattei – sono arredate con mobili restaurati con attenzione, perché sono pezzi unici di quei favolosi anni, disegnati e realizzati con criteri ormai dissolti nei decenni del consumismo.

A chi non conosce Joseph Hoffmann, non ricorderemo poi l’omaggio al suo genio senza tempo dei Cabinett Sofa da lui disegnati presenti nel lounge o di quello al talento di Vico Magistretti che nel 1959 disegnò le sedie Carimate Carver, visibili appena entrati in hotel.
Lo sguardo sale, poi, in alto verso il soffitto: le lampade che illuminano la Gellner lounge ed il suo bar sono di FLOS (e c’è anche la Splügen Bräu, disegnata da Pier Giacomo Castiglioni, proprio nel 1961) mentre gli ospiti siedono su varie LC2 Le Corbusier Perriand Jeanneret realizzate per Cassina, dislocate attorno ad un ipnotico caminetto, piacevole anche nella mezza stagione.
All’entrata delle 84 camere poi, l’occhio cade sulla sedia a tre gambe, perché si tratta della “FH4103” di Hans Wegner, battuta oggi nelle aste più ricercate.

E tra le panche del ristorante e gli altri complementi dell’hotel i contrasti si devono spesso al mogano massello e, secondo alcune fonti, questo legno è ancora parte di quel lotto che Mattei accettò in cambio di alcune forniture elettriche in Africa.
Quel che è certo, però, è che scelse di far convergere un’essenza pregiata e ideale, per estetica e durabilità, su un progetto che aveva in testa, là dove non c’era nulla di tutto questo.
Pezzi pregiati di cui l’hotel si costella, quale capofila di questo nuovo esperimento in cui il recupero di una memoria, oltre che di una preziosa manifattura, è ancora in corso.
“C’è un vincolo su tutto, qui” ci confida Francesco Accardo, general manager di Corte delle Dolomiti “È una responsabilità, avverto il peso di questo, ma di solito quando si trova un bene vincolato si è in difficoltà. Invece, per me è del tutto positivo, per continuare a mantenere un’organicità del luogo”.
L’impegno è questo: la valorizzazione dell’insediamento nel suo complesso.
E ha già un suo effetto, confortante nel dire a chi è di passaggio che, in un’epoca attuale così disincantata, forse è tempo di tornare a credere in antiche e sane utopie (specie se strizzano l’occhio al buon design).