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I piatti di Guido Paternollo in dialogo con l’arte contemporanea

Al Park Hyatt Milano, a pochi passi dalla Galleria Vittorio Emanuele II, c’è un luogo in cui il confine tra cucina e arte si assottiglia fino quasi a scomparire. È il Pellico 3, il ristorante gastronomico guidato da Guido Paternollo, dove ogni piatto sembra nascere dallo stesso impulso che muove il pennello di un artista: esplorare la materia, trasformarla, lasciarla vibrare nello spazio.

In queste settimane, la sala del ristorante accoglie le opere di Tancredi Parmeggiani, Claudio Verna e Turi Simeti, creando un ambiente in cui tele e ricette condividono un’unica grammatica fatta di luce, ritmo e stratificazione. Non si tratta di un semplice allestimento: è un dialogo silenzioso, continuo, in cui l’occhio e il palato seguono traiettorie parallele.

Paternollo, che ama definire la sua una “cucina cucinata”, rifiuta gli artifici concettuali per tornare all’essenza: fuoco, tecnica, materia. Una filosofia che trova un’eco naturale nella ricerca di Claudio Verna, maestro della Pittura Analitica, che negli anni Sessanta riportò l’attenzione sugli elementi primari della tela. In Oro Antico, ad esempio, i gialli e gli aranci si sovrappongono fino a creare una superficie pulsante, quasi viva. Una vibrazione che ritorna nell’“Irish Coffee” di champignon e lardo di colonnata dello chef, dove il fungo cambia stato – liquido, solido, emulsionato – come un colore che si espande e si ritrae sulla tela.

La stessa libertà di movimento si ritrova in Colonna, dove le bande verticali di Verna guidano lo sguardo senza mai imprigionarlo. È una dinamica che Paternollo traduce nel suo Scampo poché con levistico, fave, curry e limone nero: una progressione di sapori che non impone un centro, ma invita a seguire una traiettoria personale, fatta di contrasti sottili e freschezze improvvise.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il tema della stratificazione emerge con forza nei Ravioli di Parmigiano Reggiano 18 mesi, un piatto che si svela lentamente, boccone dopo boccone, proprio come Percezione II, dove una superficie apparentemente uniforme rivela profondità inattese, passaggi di luce, variazioni minime ma decisive.

Il dialogo si fa tridimensionale con Nove Ovali di Turi Simeti, in cui la tela monocolore prende vita grazie a rilievi ellittici che catturano la luce. È la stessa tensione che anima lo Scottadito di agnello al timo e piment d’espelette: una crosta intensa, una fibra succosa, spezie che amplificano la percezione. Il calore modella il piatto come la luce modella la tela.

Infine, il dessert Fragole in scapece di rabarbaro e verbena sembra rispondere ai segni rapidi e dispersi del Senza Titolo di Tancredi Parmeggiani. Mousse, sorbetto, composta e meringhette creano una materia instabile, in continua trasformazione, che non cerca una forma definitiva ma un ritmo, un movimento.

Al Pellico 3, piatti e opere non chiedono di essere interpretati: chiedono di essere attraversati. Sono esperienze che si costruiscono per stratificazione, dove la precisione tecnica non limita, ma libera la materia nella sua espressione più autentica. Un percorso che conferma il ristorante come uno degli spazi più interessanti della città per chi cerca un incontro tra gusto e cultura, tra gesto culinario e gesto artistico.

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